on 29 aprile 2009 by Marco Nicosia in Barack Obama: primo discorso da Presidente, Comments (1)
I 100 giorni di Barack Hussein Obama
La presidenza Obama taglia il traguardo dei primi 100 giorni. Moltissimi annunci, qualche svolta e valori record nei sondaggi. Il change non è ancora arrivato, ma è stato percepito dalla maggioranza degli americani.
I primi 100 giorni della nuova Amministrazione sono arrivati in mezzo
all’esplosione della più grave crisi economica degli ultimi 70 anni.
Dopo 4 anni di Grande Depressione, Roosevelt ridisegnò subito il sistema bancario e iniziò la magna opus del New Deal.
Obama non ha apportato simili cambiamenti epocali, ed in questi primi 3 mesi si è notato un notevole attivismo, talvolta estemporaneo, e la grande abilità nelle relazioni pubbliche, già palesatasi durante l’infinita campagna elettorale per le presidenziali 2008.
Il Congresso democratico si è mostrato meno pronto del previsto a recepire l’agenda politica del nuovo presidente, e la contorta via d’uscita al caos finanziario ha scontentato una discreta parte del fronte liberal, che avrebbe auspicato maggior coraggio nell’affrontare i guasti di Wall Street. L’opposizione repubblicana è stata veemente, e la retorica post partisan della campagna elettorale si è dissolta contro il granitico muro del Gop, ormai arroccatosi nella difesa della Middle America opposta al melting pot metropolitano, la base elettorale di Obama.
- ARRIVA IL SOCIALISM
O? -
I voti repubblicani non sono però arrivati, a parte 3 senatori moderati del Nord Est, Collins, Snowe e Specter, che hanno mitigato le spese previste nel pacchetto di stimolo.
Il fondo pubblico-privato per comprare gli asset tossici e concludere la crisi finanziaria ha generato maggiore perplessità, e nonostante buone notizie sul fronte dei bilanci delle banche rimangono ancora molte ombre. Il maggior cambiamento apportato da Obama è il consistente aumento della spesa pubblica in rapporto al reddito nazionale. Storicamente fissato intorno al 30%, l’intervento dello Stato è cresciuto oltre la soglia del 40% grazie alle misure anti
crisi, e se il budget presentato dal presidente sarà recepito, gli Usa diventeranno molto simili al capitalismo europeo, dove da tempo i poteri pubblici generano quasi la metà del Pil. Un elemento sottolineato da uno storico di formazione socialista come John Judis così come dall’economista conservatore Lawrence Kudlow, che ha decretato la morte del capitalismo democratico americano dell’era Reagan ,vista la trasformazione in salsa europea apportata dallo statalismo obamiano. Il cambiamento, in realtà più percepito che concretizzatosi , ha scatenato una feroce reazione repubblicana, che ha elettrizzato un partito ferito dall’ultima tornata elettorale. La scossa di furore ha rinvigorito la base conservatrice, presente in buon numero nei Tea party organizzati contro il paventato arrivo del socialismo, ma al momento ha palesato la minoranza culturale dei fan di Sean Hannity o di Michelle Malkin nell’opinione pubblica americana, terrorizzata dalla crisi e tranquillizzata dalla leadership di Obama. La fiducia nel presidente è ancora alta, e i tre grandi obiettivi di politica interna sono condivisi dalla maggioranza degli statunitensi. Il rafforzamento dell’istruzione e la tutela dell’ambiente sono temi di grande presa, ma la vera grande sfida sarà la riforma sanitaria.
Nel budget la mole di risorse stanziate è imponente, un dato che sottolinea come il lascito agognato da Obama sia la copertura universale della salute per ogni cittadino americano. Roosevelt ha introdotto un sistema previdenziale pubblico, e il nuovo presidente democratico sogna di garantire una riforma simile nel campo della Sanità. L’opinione pubblica è schierata su questo tema con i democratici, ma il ruolo del Congresso sarà decisivo per capire se Obama potrà imporre il proprio marchio di fabbrica. La via è ancora molto lunga e le grandi industrie farmaceutiche o sanitarie sono già pronte a replicare la guerra già vinta contro i Clinton. La procedura semplificata di voto scelta al Senato, così da evitare la maggioranza dei 60 voti, è una vittoria significativa per l’Amministrazione, che però deve ancora chiarire la propria posizione sul fondo assicurativo pubblico, irrinunciabile per i progressisti e improponibile per repubblicani e grandi aziende del settore.
- STRETTE DI MANO LUNGO IL GLOBO - La politica estera è rimasta in secondo piano nei primi 3 mesi della nuova presidenza, e rimarrà sullo sfondo fino a che la crisi economica non passerà. A livello internazionale c’è stato grande clamore per i gesti di apertura al mondo islamico lanciati da Obama, che è rimasto fedele a quanto promesso in campagna elettorale.
L’utilizzo dell’enorme carisma personale per rivalutare l’immagine dell’America è stato messo in campo con grande abilità, e ha mantenuto alta la popolarità del presidente, sia all’interno che all’esterno del Paese,
tanto che nei sondaggi l’operato di Obama è più apprezzato in politica estera rispetto a quella interna . Il G-20 londinese non si è rivelato inutile come i precedenti, mentre l’Amministrazione ha spostato la propria attenzione dal Medio Oriente verso l’Asia, focalizzando sull’Afghanistan e sul Pakistan i propri sforzi politici e militari.
La disattenzione di Bush rispetto all’impegno afgano ha generato una situazione molto pericolosa, che potrebbe avere ripercussioni pesanti specie alla luce delle traversie del Pakistan.
I talebani e l’integralismo islamico potrebbero raggiungere a Islamabad le famose armi di distruzione di massa mai trovate a Badgad. L’Iraq sarà invece gradualmente abbandonato dopo la relativa stabilizzazione riuscita a Petraeus, e la politica ambientale è stata radicalmente rivista, diventando centrale anche nella politica estera, un elemento nuovo rispetto al recente o lontano passato.
Con un deficit federale esploso e le fondamenta dell’economia scosse dal collasso finanziario, un approccio attivista per il prossimo futuro sarà imposto solo dal precipitare delle circostanze.
Sullo sfondo inizia a ingigantirsi l’ombra della Cina, ma probabilmente il problema sarà affrontato dal successore del primo presidente afro-americano.
- CONGRESSO AL GUSTO ANTICO - La svolta più importante della nuova Amministrazione è la rinnovata deferenza nei confronti del Congresso, l’unica autorità legislativa secondo la Costituzione degli Stati Uniti.
L’estensione dei poteri federali e l’enorme forza politica della presidenza hanno però sempre garantito all’inquilino della Casa Bianca un vasto potere sul legislativo, utilizzato in modo diverso da ogni presidente anche in relazione alla maggioranza congressuale. La famosa Terza Via clintoniana, a metà tra la des
tra e la sinistra, nacque quando i Repubblicani tornarono al dominio del Congresso dopo oltre 70 anni. Nel doppio mandato di Bush il clima post 9/11 aveva rafforzato in modo significativo l’autorità della presidenza, e la militarizzazione del gruppo repubblicano, maggioritario fino al 2006 in entrambe le Camere, aveva permesso all’Amministrazione di imporre con relativa facilità la propria agenda politica. La situazione è invece cambiata con Obama. Il vice Biden non partecipa più alle riunioni del caucus democratico al Senato, a differenza di Dick Cheney, e proprio nella Camera Alta sembrano annidarsi i nemici più pericolosi del nuovo presidente. Così come nel primo biennio Clinton, i senatori più moderati tra i democratici, spesso eletti in Stati di tendenza repubblicana, sembrano subire più che sostenere un’agenda progressista, e in alcuni casi, sui limiti alle emissioni carboniche così come sull’inasprimento fiscale per i contribuenti più ricchi, i dissensi nei confronti di Obama sono arrivati con sorprendente rapidità. La Camera dei Rappresentanti, dove il caucus progressista conta il maggior numero di membri, è stata finora la miglior alleata del presidente, mentre i repubblicani hanno eretto un muro inaspettatamente compatto. Sono lontani i tempi nei quali una parte dei Rappresentanti democratici votavano entusiasti la legislazione liberista o militarista di Reagan, ma la polarizzazione politica che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni rende più difficile il lavoro dell’Amministrazione, che può convincere i parlamentari più riottosi solo con incrementi di spesa pubblica, il famoso pork tanto denigrato ma ancora più praticato. Rispetto alle suggestioni di democrazia diretta emerse qua e là durante i comizi del 2008, il bilancio del cambiamento è invece magro. Organizing for America, la struttura di supporto alla presidenza che ha sostituito l’organizzazione della campagna elettorale, si è mobilitata per il budget ed ha organizzato il primo confronto in Internet tra presidente ed elettori. La partecipazione è stata però inferiore alle attese, e i consueti conciliaboli tra Congressmen e staff della Casa Bianca si sono mostrati ancora la chiave per determinare l’agenda politica del Paese.
- SONDAGGI SUPER - Dopo i primi 3 mesi di attività il 63% della presidenza Obama rappresenta il miglior tasso di approvazione medio registrato da Gallup
negli ultimi 30 anni. Un ampio consenso rilevato da altri istituti, che indicano in maggioranza un’approvazione superiore al 60%. Gli americani convinti di essere sulla giusta direzione, crollati sotto al 30% durante l’ultimo anno sotto Bush, sono risaliti in alcune indagini fino alla maggioranza, un dato che mostra il perdurare della luna di miele
di inizio presidenza.
In più occasioni Obama ha giocato con grande maestria la carta del proprio fascino personale, che ha subito fermato l’emorragia di consenso , quantomeno demoscopico, generata da controverse scelte come quelle prese sulla crisi finanziaria. Il dato comune di ogni rilevazione mostra la polarizzazione dell’opinione pubblica americana, ormai irreversibile dopo due decenni di guerre culturali. Nei sondaggi Obama ottiene un consenso plebiscitario tra gli elettori democratici, maggioritario tra gli indipendenti – l’elemento più importante – mentre il nuovo presidente è avversato dalla grande maggioranza dei repubblicani, diventati minoritari dopo i fallimenti dell’Amministrazione Bush. L’identificazione politica non è però un dato statico nel tempo, ed il presidente ha già iniziato il consueto giro degli Stati in bilico.
Nel frattempo, la prima elezione avvenuta sotto la nuova presidenza, la suppletiva del 20esimo distretto congressuale di New York, è stata vinta da un candidato democratico, e a breve arriverà il 59esimo senatore dal Minnesota, il liberal Al Franken. Le soluzioni ai problemi devono ancora arrivare, ma i primi 100 giorni di Obama si concludono con un bilancio positivo.
di Andrea Mollica
Tags: I 100 giorni di Barack Hussein Obama, leadership di Obama, presidenza Obama











































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30 aprile 2009 @ 10:29
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